POETRY THERAPY

Da dieci anni svolgo attività di ricerca sull’utilizzo terapeutico della scrittura, ricerche tese a creare beneficio per le persone attraverso modalità innovative di intervento e a completare il primo studio monografico internazionale e trasversale sulla Poetry Therapy, che verrà pubblicato nel 2021 dall’omonima associazione ufficiale italiana.

Sono esperto nell’utilizzo terapeutico della scrittura, come conduttore di gruppi di arte-terapia in vari progetti e ricercatore scientifico per “Poetry Therapy Italia”. Ho realizzato vari interventi di arte-terapia in qualità di psicologo, lavorando in contesti di disabilità cognitiva e motoria, dipendenze patologiche, sia con adulti che con minori attraverso la conduzione di laboratori di scrittura autobiografica e ho curato il primo libro in Italia scritto dai pazienti di una comunità terapeutica – “L’isola che c’è – Un laboratorio autobiografico in comunità” (Sassi Scritti, 2018) curato con la Dr.ssa Francesca Gori. Ho condotto esperienze di arte-terapia e poetry therapy presso la Cooperativa Sociale Gruppo Incontro, la Onlus Differenze Culturali, la Bottega delle Storie e il Vivaio del Malcantone.

In questa sezione vorrei farvi conoscere alcune teorie di cui mi sono avvalso e tecniche a volte di mia invenzione circa l’utilizzo terapeutico della scrittura, presentandovi il libro-laboratorio realizzato presso la comunità terapeutica del Gruppo Incontro Cooperativa Sociale e alcuni articoli a mia firma realizzati per divulgare la Poetry Therapy sull’omonima rivista, paradigma emergente e peculiare nell’ambito della scrittura come cura al cui sviluppo contribuisco come redattore, ricercatore e conduttore di laboratori. La scrittura mi ha salvato la vita e sarei felice se potesse aiutare quante più persone possibili a migliorare la loro.

Disintossicarsi dall’abuso di quotidianità. Linee guida per un laboratorio autobiografico in comunità

a cura di Luca Buonaguidi e Francesca Gori

Postfazione del libro “L’isola che c’è. Un laboratorio autobiografico in comunità” (Sassi Scritti, 2019)

Esisterebbe per tutti 
la verità che non c’è 
se tutti fossero al mondo 
uguali a te…

Sergio Endrigo

I laboratori di scrittura autobiografica sono oggi diffusi su tutto il territorio italiano. Ogni anno se ne occupano le università, gli studiosi e centinaia di professionisti e associazioni. Migliaia sono i beneficiari perché, come sostenuto da George W. Pennebaker – pioniere, a partire dagli anni Ottanta, dell’utilizzo terapeutico della scrittura autobiografica  – “l’atto di costruire storie è un naturale processo umano grazie al quale gli individui arrivano a comprendere le proprie esperienze e se stessi”. Secondo Pennebaker costruire storie attraverso la scrittura permette di vivere soggettivamente una risoluzione di esperienze traumatiche che, una volta scritte, si dotano di senso, di significato e si trasformano in esperienze psicologicamente sostenibili. Attraverso la scrittura si riabilita così la possibilità di archiviare in memoria pensieri ed emozioni altrimenti resistenti all’integrazione nella coscienza individuale.

Tuttavia non sempre si dà abbastanza importanza alla diffusione degli esiti di questi laboratori, siano essi più o meno strutturati. La tendenza in essere indica una maggiore facilità nel pubblicare gli scritti provenienti dal mondo della disabilità o dei minori, ma anche quelli elaborati in carcere o nelle strutture psichiatriche. La stessa tendenza quasi scompare quando si tratta di diffondere le testimonianze nate in quella zona diversamente libera o alternativa al regime costrittivo del carcere che è la comunità terapeutica per affrontare la tossicodipendenza e le conseguenze psicopatologiche, legali e di vita che questa ha arrecato.

Questa tendenza non è casuale: nel corredo di opinioni correnti la tossicodipendenza resta una tematica di vita esposta drammaticamente al pregiudizio, la rimozione e la negazione condannando senza appello chi vi inciampa, sottostimandone l’endemicità e infine rifiutando d’indagarne le cause come una tragica costante della società in cui viviamo.

La tossicodipendenza e l’ampio ventaglio di comportamenti, sentimenti e ideazioni correlati sono altresì oggetto sempre più frequente di una estetizzazione diseducativa quale quella tipica, per esempio, di tante serie tv dopate dall’adrenalinico ricorso all’abuso di sostanze e alla violenza. Altrove invece è un romanticismo latente ed equivoco a banalizzare la complessità della problematica e a trasformare l’uso di sostanze nell’unica epica rimasta a coloro che scelgono di vivere ai margini di questa società. Oppure può capitare di incorrere nell’idealismo moralista che privilegia l’individuazione dei buoni e dei cattivi, quindi di un bene e di un male netti, a discapito di vicende tanto chiaroscurali.

Così come viene affrontata al di fuori dei servizi riabilitativi e di cura – che invece prendono in carico il problema con tutt’altro scrupolo – la spettacolarizzazione vigente della tossicodipendenza contribuisce a farne un eterno tabù. Uno spettacolo che è appetibile proprio per il suo essere un tabù, che resta tale fintanto che la disinformazione spettacolare prevale sulla possibilità di una reale conoscenza delle cause complesse alla base del fenomeno.

La priorità di questo libro è invece offrire all’esterno questa conoscenza diretta della comunità dall’interno, attraverso le coraggiose testimonianze di chi affronta tutti i giorni in comunità le conseguenze della tossicodipendenza.Se questo libro ha una missione, è quella di andare al di là del muro d’incomprensione e diffidenza reciproca che separa la quotidianità nelle comunità da quella nel mondo esterno distante appena una porta, facendo il primo passo. Un passo lanciando un sasso in uno stagno fiaccato dalle diffuse resistenze nell’andare oltre i pregiudizi, un passo verso la promozione di una cultura della tolleranza, del rispetto della diversità e delle diverse esperienze di vita verso soggetti che non sono alieni venusiani che meritano uno stigma a vita ma persone come noi, come me, come te – con la differenza che, quando tu sei inciampato, non sei incappato nelle sostanze e che certi traumi, per fortuna, non toccano a tutti.

Il contenuto di questo libro è quindi qualcosa di completamente diverso e inedito per la proposta di disintossicarsi dalle vecchie narrazioni sulla tossicodipendenza e le comunità a partire dalle esperienze dei soggetti in trattamento. Diverso, perché propone un approccio critico ma con la sensibilità di chi vive questo problema tutti i giorni, talvolta per gran parte della loro vita, invitando il lettore a conoscere i processi individuali, familiari e sociali che lo sostengono. Inedito perché sebbene i benefici dei laboratori espressivi nelle comunità terapeutiche abbiano oggi un largo consenso, non sono facilmente rinvenibili testimonianze non-teoriche come questa.

Anche il metodo dietro le quinte di questo libro è peculiare: scritto da non-scrittori, in un contesto dove storicamente di libri ne girano pochi e in appena 3 mesi. I non-scrittori sono i partecipanti volontari di questo laboratorio di scrittura autobiografica, persone attualmente in riabilitazione rispetto alla propria tossicodipendenza e talvolta in cura anche rispetto al disagio psichico e/o in osservanza di misure giudiziarie alternative al carcere;  il contesto è quello della comunità terapeutica in cui i partecipanti si trovano per scelta concordata coi servizi curanti o per prescrizione giudiziaria, in questo caso nei programmi terapeutici EOS (programma per tossicodipendenti) e Approdo (programma per tossicodipendenti in comorbilità con disturbi psichiatrici) del Gruppo Incontro di Pistoia; i 3 mesi sono stati il tempo necessario a sviluppare i 10 incontri previsti dal laboratorio che ho ideato e condotto con Francesca Gori, dentro e fuori dalle strutture della Cooperativa Sociale.

Gli obiettivi del laboratorio erano e sono: creare uno spazio di libertà in cui incoraggiare l’immaginazione e la poeticità dell’espressione oltre gli ostacoli consumati della quotidianità; potenziare le risorse di autoriflessione nei partecipanti attraverso una scrittura autobiografica tesa a una riflessione critica sul proprio percorso di vita, disincentivando narrazioni idealizzanti dei trascorsi devianti; fornire ai partecipanti uno strumento esportabile oltre gli spazi e i tempi del loro programma terapeutico, fin dentro il loro futuro di auspicabile ritrovata autonomia e astinenza. Abbiamo tratto i temi dei singoli laboratori dalla letteratura scientifica e dalla nostra inventiva, accogliendo in un caso anche la proposta tematica di un partecipante.

Così ogni mercoledì mattina io e Francesca riunivamo i partecipanti dei due centri nell’accogliente saloncino di Uzzo 27, proponendo un tema sempre diverso a partire da regole comuni e costanti: si scrive ognuno per conto proprio,chi se la sente legge al gruppo il proprio racconto e chi ascolta non giudica ciò che l’altro racconta di sé. Laddove il tema del giorno non fosse di immediata comprensione è stato proposto un briefing collettivo per accendere le idee. Inoltre all’inizio e alla fine di ogni incontro vi è sempre stato un momento di confronto per conoscere la “temperatura” emotiva del gruppo rispetto al loro momento individuale, al laboratorio e al singolo tema proposto ed elaborato. La musica, la fotografia e l’ambiente sono stati impiegati occasionalmente come facilitatori, come emerge nelle prassi da noi riepilogate nelle brevi schede che introducono ogni incontro.

Un gruppo straordinario di partecipanti ha fatto il passo più importante, raccontandosi con una generosità straordinaria e configurando il laboratorio come uno spazio per esprimere se stessi, un’isola che c’è in cui far confluire vissuti inespressi con piena fiducia nell’altro. Con queste premesse la nostra conduzione si è fatta via via più leggera grazie alla confidenza crescente nelle dinamiche spontanee del gruppo, che dopo pochi incontri è stato assorbito completamente dal laboratorio e si è impegnato autonomamente a mantenere un clima ideale. Unica condizione terapeutica il non assumere una prospettiva meramente celebrativa rispetto all’uso della sostanza, e non è mai stato necessario ribadirlo. In pochi incontri si è così costituito un momento di libertà in cui tutto era concesso: nostalgie, non-detti, emozioni, pensieri, fantasie, sogni.

Al termine del laboratorio ci siamo interrogati coi ragazzi se fosse di loro interesse pubblicare i loro scritti come testimonianza di questa esperienza condivisa e tutti hanno concordato con entusiasmo su questa opportunità tanto che l’incontro finale, di chiusura, è diventato paradossalmente il momento ideale per far scrivere, stavolta in gruppo, l’introduzione al libro che trovate nelle primissime pagine che è tutta farina del loro sacco. Successivamente ci siamo più volte commossi nel riscrivere e nell’impaginare questi testi così vicini ed eppure diversi l’uno dall’altro per intensità, forma e vissuto. Sentimenti innocenti, errori travolgenti e vissuti traumatici si avvicendavano continuamente nei loro racconti, imponendoci respiri profondi prima di ricominciare a leggerli. L’elemento distintivo è la freschezza rara di chi non ha mai usato prima d’ora la parola scritta per raccontarsi, quel senso di feconda novità di chi si affaccia per la prima volta alla possibilità di raccontarsi attraverso la scrittura e si denuda davanti alla pagina bianca, crollando e rialzandosi con tutte le parole e i non-detti finalmente rivelati.

Se è vero, come ha scritto Cristopher McCandless, che “la felicità è reale solo quando è condivisa”, anche il dolore non è da meno ed è in quei momenti che il semplice passaggio da una mano all’altra di un fazzoletto, per asciugarsi le lacrime suscitate dalla condivisione di uno di questi scritti, diventava il commento più genuino che questi uomini potessero concedere ai propri tormenti interiori e alla loro voglia di riprendersi la vita, da capo, nel presente.

Confidiamo di averli aiutati in questo, che queste linee guida possano aiutare altri colleghi a replicare la nostra esperienza e che questo libro possa aiutare chi è caduto e si è rialzato nell’affrontare la propria tossicodipendenza, ma anche chi è caduto, si è rialzato ed è caduto ancora.

Introduzione alla Poetry Therapy

a cura di Luca Buonaguidi, pubblicato su

Rivista di Poetry Therapy, n.0 – febbraio 2020
Mille Gru Edizioni

La mia arca canta nel sole
Alla fine dell’estate benedetta da Dio
E il diluvio, ora, fiorisce.
Dylan Thomas

Il legame tra la poesia e la psicologia è sostenuto dalla notte dei tempi da poeti, filosofi e mistici. Oggi tale rapporto è evidenziato da un panorama di proposte amplissimo, che va dagli studi scientifici che ricalcano il riduzionismo determinista a improvvisazioni sull’origine metapsichica del linguaggio poetico prossime alla parapsicologia. Nel mezzo a questi due estremi ricade un mare magnum di contributi che vedono oggi la poetry therapy come la più autorevole depositaria della visione della poesia come strumento terapeutico per la cura della persona.

La poetry therapy si basa sulla premessa che la scrittura poetica abbia proprietà curative (Campbell, 2007) e nasce e si sviluppa ufficialmente solo nel XX secolo, ma la sua storia affonda nell’Egitto del 4000 a.C., quando medici e sacerdoti non solo raccomandano la lettura dei canti poetici per guarire gli invasati, ma per un effetto più rapido imbevono i papiri con una soluzione che permetta di ingerirli (Rojcewicz, 1999). Quattromila anni dopo, nel I secolo d.C., ad Efeso, Alessandria e Roma il medico Sorano tratta i disturbi mentali facendo recitare versi poetici ai suoi pazienti: tragedie per i pazienti maniacali, commedie per i depressi (Spencer, 2009). Dopo neanche duemila anni, nel 1981, negli Stati Uniti nasce la NAPT -National Association of Poetry Therapy – che si assume la difficile responsabilità di compiere una ricognizione teorica e metodologica lunga seimila anni per proporre di nuovo la poesia come pratica di cura, stavolta in tutto il mondo, come ne è prova la rivista che ospita questo mio articolo.

Oggi la poetry therapy è utilizzata in una grande varietà di contesti, individualmente e in un gruppo ed è spesso assimilata alla bibliotherapy (Berry, 1994), che con fini e tecniche similari utilizza anche testi non poetici; in tal senso la stessa NAPT (http://www.poetrytherapy.org) chiarisce come “la poetry therapy sia una forma specifica ed efficace di bibliotherapy, unica nel suo uso della metafora, dell’immaginazione, del ritmo, e di altre figure poetiche”, “usata per la cura e lo sviluppo personale” (Hynes & Hynes-Berry, 1992, p. 13). Mentre numerosi tipi di terapia sono poetici nella loro intima natura, la poetry therapy è infatti uno strumento separato da questi (Rothenberg, 1987), che permette a chi ne fa utilizzo di esprimere le emozioni in un nuovo formato soggettivamente e socialmente accettabile (Greenwald, 1985), che permette maggiori possibilità di insight di quelle presenti nel dialogo convenzionale (Berger, 1985) e della narrativa in prosa (Gardner, 1993; Szajnberg, 1992).

La poetry therapy come definita da Arthur Lerner (1991), uno dei suoi più fecondi promulgatori recenti, è definita come l’utilizzo terapeutico della poesia con singoli individui, coppie e gruppi, e può prefigurarsi come processo primario di una terapia o più frequentemente come terapia accessoria all’interno di approcci multimodali. In tutti questi casi il razionale del suo utilizzo risiede nella capacità del conduttore o facilitatore del processo terapeutico di usare la poesia per permettere alla persona di identificare dei fatti ed esprimere il sentimento che si associa ad essi, favorire la trasformazione della percezione e dell’emozione connessa a questi contenuti attraverso l’arte poetica e indagare gli aspetti creativi della propria psiche. (Lerner, 1997).

“La poesia è una metafisica istantanea. In un breve componimento deve dare una visione dell’universo e il segreto di un’ anima, un essere e degli oggetti, tutto insieme… Essa è allora il principio d’una simultaneità essenziale in cui l’essere più disperso, il più disunito, conquista la sua unità.”
(Gaston Bachelard, 1972, p. 79)

La poetry therapy è uno strumento clinico che utilizza la scrittura poetica al fine di facilitare la consapevolezza psicologica, la creatività, e il significato personale di sé (Silverman, 1986), in cui “il terapeuta usa la poesia per migliorare la relazione terapeutica, con l’esplorazione delle proprie esperienze e della percezione del disagio, per invocare il cambiamento cognitivo ed emotivo, e rivoluzionare la vita intrapersonale e interpersonale del paziente”  (Silverman, in Shafi, 2010, p. 2). Uno dei maggiori anticipatori di questo approccio, Jack Leedy (1969), ha identificato nove principi per l’applicazione della poesia in un contesto terapeutico:

1. Resistenza al cambiamento come target primario dell’intervento terapeutico

2. Educare i pazienti al peculiare lavoro terapeutico

3. Creare un clima emozionale appropriato e contenere emozioni disturbanti

4. Gruppo il più possibile omogeno e coeso

5. Enfatizzazione del “qui ed ora”

6. Mantenere il gruppo in uno stato di “flusso”

7. Responsabilità personale come obiettivo terapeutico primario

8. Gruppo come incremento alla motivazione attraverso l’esperienza di insight  che rende possibile

9. Il combinare psicoterapia individuale e di gruppo come valore

Reiter nel 2000 ne ha aggiunto uno fondamentale, ovvero che “l’uso della poesia e delle figure retoriche non deve ostacolare la cura”, che ci aiuta a introdurre un’altra importanza distinzione: la poetry therapy non è un corso né tantomeno un concorso di scrittura poetica, il focus è sul benessere del paziente/cliente e non sulla qualità della poesia (Olson-McBride, 2009). Reiter ha delineato anche una lista di obiettivi specifici che l’utilizzo della poesia in psicologia deve porsi ogni volta che viene posto in atto (p. 46-47):

1. Migliorare la capacità di rispondere a immagini e concetti vividi, e ai sentimenti elicitati da essi.

2. Promuovere la comprensione e l’accuratezza della percezione del sé.

3. Incrementare la consapevolezza delle relazioni interpersonali.

4. Accrescere l’orientamento all’interno della realtà.

5. Sviluppare la creatività, l’espressione del sé e l’autostima.

6. Incoraggiare il pensiero positivo e il problem solving creativo.

7. Rafforzare la comunicazione, nella sua fase produttiva e ricettiva.

8. Integrare i differenti aspetti del sé per rafforazione l’integrità psicologica.

9. Esprimere emozioni incontenibili e rilasciare la tensione.

10. Trovare un nuovo significato attraverso nuove idee, intuizioni e informazioni.

11. Fare esperienza della qualità catartica e nutritiva della bellezza.

C’è un complessivo accordo sui capisaldi della disciplina malgrado la molteplicità di correnti e modelli diversi all’interno dell’approccio. Sintetizzando il minimo comune denominatore di queste tecniche, il terapeuta della poesia deve perseguire finalità terapeutiche e rilanciare il benessere individuale e di gruppo attraverso “l’integrazione dell’aspetto emozionale, cognitivo e sociale del sè” (NAPT, 1995) con tecniche che prevedano la scrittura, la lettura e la ridiscussione di poesie.

Coloro che si identificano come terapisti della poetry therapy sono psichiatri, psicologi, counselor e professionisti della salute implicati nel sociale. Per far fronte a tale varietà di professionisti è chiaro che non possa essere sufficiente un approccio monolitico, ma flessibile alla caratteristiche di chi lo mette in uso e del suo background culturale.

Nelle righe che seguono il riferimento sarà alla classificazione stilata da Nicholas Mazza, il teorico di riferimento nella moderna rinascita della poetry therapy, che riprende in parte quella stilata da Schloss (1976). Schloss aveva infatti identificato tre approcci all’uso della poesia in psicologia, che nella sua interpretazione è identificato dal termine psicopoesia e non poetry therapy, e che corrisponde ai primi tre modelli della classificazione di Mazza. Secondo Mazza (2003), la poetry therapy vanta non meno di cinque riconosciuti modelli teorici e pratici:

1. Il modello prescrittivo di Leedy (1969), a carattere medico, che si serve dell’”isoprincipio” laddove la condivisione della poesia si basi sull’umore del soggetto per suscitare ispirazione e riflessioni sul significato di ciò egli si sta provando.

2. Il modello interpersonale di Lerner (1976; 1978) che prevede l’espressione di emozioni e sentimenti tesi verso lo sviluppo di consapevolezza interiore ed ottenuti per mezzo della poesia, direttamente o indirettamente (attraverso risposte evocate dalla poesia)

3. Il modello di psicopoesia di Schloss (1976), che è basato sul corpus teorico e pratico dello psicodramma di Moreno ed esposto dall’Istituto di Socioterapia di New York, si origina in un setting di gruppo per evocare reazioni spontanee attraverso la poesia.

4. Il modello intereattivo di biblioterapia di Hynes & Hynes-Berry (1986), che si focalizza sull’interazione triadica tra partecipante-libro-facilitatore e usa manuali di scrittura creativa per permettere una buona risoluzione della dinamica che si instaura tra il paziente/cliente e la letteratura proposta.

5. Il modello dei gruppi di poetry therapy di Mazza (2003), utilizzato per iniziare sessioni di gruppo, che utilizza poesie finalizzate alla collaborazione e al sostegno empatico alla fine di ogni sessione, e che racchiude elementi dei precedenti modelli nell’alveo di possibilità metodologiche cui fa riferimento.

I modelli presentati, come evidenzia Lerner (1997), hanno fattori comuni e specifici, ma la scelta delle modalità e delle tecniche adottate per promuovere la scrittura poetica durante una seduta terapeutica non dovrebbe essere vincolata dall’ impostazione teorica e metodologica del terapeuta, ma dall’esame della caratteristiche dell’individuo o del gruppo a cui si offre quest’intervento, in un adempimento flessibile e competente delle varie tecniche e impostazioni metodologiche.

Oltre questi modelli, la distinzione più focale che si può evidenziare nell’utilizzo della poesia in psicologia sono le metodologie al trattamento. Mazza (2003) infatti descrive come elementi di poetry therapy vengano utilizzati attraverso differenti metodologie in una grande varietà di condizioni ausiliarie e supportive alla dimensione più propriamente psicologica del trattamento. La sua proposta metodologica fa riferimento a tre componenti essenziali che la compongono, provenienti da approcci che procedevano separatamente fino all’integrazione da egli proposta.

1. Il metodo ricettivo/prescrittivo che prevede l’introduzione della letteratura all’interno della terapia, con la lettura di un testo poetico per sollecitare una reazione. Nella variabile ricettiva la poesia proposta dal terapeutica ha una conclusione aperta e non unidirezionale. Nella variabile prescrittiva vige invece l’isoprincipio.

2. Il metodo espressivo/creativo che prevede la scrittura dei clienti all’interno della terapia, suddiviso in tre modalità di scrittura: la scrittura creativa (che include poesie e racconti), la scrittura di diari e giornali, la scrittura di lettere.

3. Il metodo simbolico/cerimoniale che prevede l’uso della metafora, di rituali, e del raccontare storie come strumenti per il progredire del processo terapeutico.

Secondo Mazza “tutte e tre le componenti hanno il potenziale di orientare i domini cognitivi, affettivi, e comportamentali dell’esperienza umana” (p. 17), ed è anche attraverso questa proposta flessibile, comprensiva e integrata che la poetry therapy si propone come metodologia compatibile con la maggior parte dei modelli psicologici e psicoterapici.

Le aree di intervento più frequentate dalla poetry therapy sono, con centinaia di esperimenti e studi: 1) Infanzia e adolescenza 2) Trattamento terapeutico in presenza di diagnosi di rilevanza clinica 3) Sviluppo emozionale e cognitivo in  assenza di diagnosi di rilevanza clinica o di significativo disagio della persona 4) Violenza e maltrattamento 5) Condizioni croniche (disabilità fisica o mentale), evolutive (terza età) e terminali (malattie) 6) Dipendenza e abuso di sostanze 7) Esperienza carceraria 8) Ideazione suicidaria 9) Reduci di guerra. La poetry therapy sembra particolarmente indicata in quei contesti di media entità diagnostica o media gravità di incidenza della “perturbazione” psichica, ma presenta parimenti anche una serie di problematiche e criticità. La scrittura di poesia infatti potrebbe peggiorare sentimenti già disturbati aggirando tutte le difese poste a salvaguardia del sé  (Sterman, in Maltby, 2008).

Per Paterson (2004) c’è un motivo per cui i poeti sono tra le persone statisticamente più colpite da problematiche di ordine psicologico (“Il tuo inconscio è inconscio per una ragione terribilmente buona”, p. 79) e la psicologia ha provato a dirci di più su questo tema, per esempio applicando la teoria dell’auto-efficacia di Bandura (1977) alle credenze sull’ispirazione poetica. Le persone con una percezione di auto-efficacia tendono ad avere la sensazione avere il controllo di se stessi; quando le persone si rendono conto di avere un locus of control interno, tendono a attribuire a se stessi il merito dei propri successi (Rotter, 1990) e questa dimensione è correlata ad una migliore salute complessiva (Peterson, 2000). Piirto (1998) ha evidenziato che in particolare i poeti attribuiscono la loro sorgente di ispirazione creativa ad una “musa”. Questo può segnalare un locus of control esterno e indicare una maggiore probabilità di soffrire per una serie di disordini  psichici maggiore di chi percepisce un ruolo attivo nel raggiungere i risultati desiderati (Gilbert et al., 2000).

Uno studio che ha messo a confronto poeti suicidi con poeti non suicidi ha mostrato che tra i primi era più probabile che si usassero parole associate con il sé piuttosto che a un contesto collettivo e allargato (Stirman & Pennebaker, 2001). Ciò segnala come un lavoro sull’espressione emozionale di esperienze negative possa sospingere una crescita dell’umore negativo (Marlo & Wagner, 1999), senza le dovute accortezze metodologiche. E’ il cosiddetto “Sylvia Plath Effect”, per cui la depressione dell’autrice pare peggiorasse quando passava a uno stile più espressivo (Silverman & Will, 1989). Per questo andrebbe sempre considerata l’opportunità di informare il paziente/cliente che frequentemente, dopo la fase di scrittura in contesti terapeutici, si può verificare un peggioramento temporaneo dello “stato d’animo” (Pennebaker, 1991), perché scrivere versi può anche configurarsi come “un modo rapido, un modo economico e, ahimé, un modo illusorio di risparmiarsi una crescita psicologica o un trattamento psicanalitico”, come ricorda e il poeta e intellettuale Franco Fortini (1993).

“La poesia è o una risposta pratica al suo problema oppure è una chiara testimonianza di esso; e un problema testimoniato chiaramente a se stessi pone a metà strada dalla sua soluzione.”
(Graves, in Morrison, 1987, p. 42)

Ciò che in sintesi risulta da questa breve panoramica è che oggi non solo “vi sia certamente un luogo per l’Artista-Medico”, ma che questa figura sia necessaria per monitorare il corretto sviluppo dell’utilizzo terapeutico della poesia. Il successo nella fusione di arte e scienza che tutti i terapisti della poesia si augurano da Mazza (1993) in giù passa dalla capacità di sviluppare la poetry therapy non solo come strumento ma anche come una scuola di pensiero in cui formare i professionisti del futuro, proteggendo i clienti/pazienti da chi si improvvisa terapista della poesia senza quelle esperienze e competenze che da oggi questa rivista promette di diffondere anche in Italia.

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