Di mattina, presto presto

Mi sto ammalando. Una malattia legata sovente alla terza età (vedi a voler sempre tutto in fretta). Ne avevo il terrore da piccolo, da adolescente la sola idea mi disgustava. I segnali sono iniziati dieci anni fa, ma non me ne sono preso cura ed eccoci qua. Lo devo dire anche se è dura, ma la mia professione mi insegna che “dire è mezzo guarire”. Ho iniziato a svegliarmi all’alba. Non è la variante insonnia, chiarisco: dormo benissimo. È che mi sveglio ancora meglio, finisco per preferirlo. Faccio parte ormai di quella schiera di degenti che ti capita di incontrare in macchina, quasi li metti sotto tanto a quell’ora tu non calcoli la presenza di altri umani attivi, mentre vai al lavoro con un pilota automatico che nella Silicon Valley se lo sognano. E vedi questi tipo-lebbrosi che rientrano alle loro case, tutti sudati e soddisfatti perché la prima parte della loro giornata, quella dedicata a se stessi, si è già felicemente compiuta e ora accada quel che accada, ci saranno le endorfine a mediare per loro contro le ostilità, a fare da guaina contro gli spigoli del mondo che accade dopo le otto di mattina. Mi sono ammalato di quella malattia che fa vivere la prima mattina come quel viaggio dentro se stessi che un tempo si faceva di notte. Che ti svegli alle 5.30 e senti voglia di camminare e non di dormire, di unirti al coro degli uccellini ancora più che al materasso. Provoca allucinazioni percettive a carico dei cinque sensi, rende assertivi al limite dell’oscenità, spinge sottilmente all’ipomania insomma l’omeostasi dei poeti, il paradiso psicobiologico del temperamento artistico. Stamani per esempio mi sono messo a guardare Pupigliana e mi è sembrato evidente che Dio abbia passato la notte lì. Poi mi son dispiaciuto per aver calpestato la rugiada, ho passato due minuti a spremermi le meningi, ci deve pur essere un modo per volare.

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