Parliamo di Psicologia dello Sport

Parliamo di psicologia dello sport, ma quest’anno forse lo sport è il primo psicologo perché attraverso le vittorie italiane, dopo un anno e mezzo di naftalina, sono tornate alcune emozioni nella popolazione che erano letteralmente scomparse. Per esempio la vittoria dell’Europeo di calcio vale quasi l’1% del PIL ma se misurassimo la Felicità Interna Lorda come fanno in Bhutan, varrebbe molto di più. Gli esseri umani sono dotati dalla nascita dei neuroni specchio, che si attivano sia quando si compie un’azione sia quando la si osserva mentre è compiuta da altri e con questo abbraccio meraviglioso tra Tamberi e Jacobs o tra Mancini e Vialli, è come se si fossero abbracciate 66 milioni di persone. A me interessano particolarmente le emozioni, con le emozioni ci lavoro, aiuto le persone a riscoprirle, ma le emozioni sono innate, se sono sospese, mutilate o inespresse ci possono far vivere male. Nella vita come nello sport, che ne è una delle metafore più potenti e durature

Ci sono occasioni nella vita in cui siamo costretti a guardarci dentro. Credo che lo sport ti metta a contatto con il tuo desiderio e con il tuo limite al fare. Se stare a contatto con la spinta del desiderio esalta, stare a contatto con il tuo limite fa paura. Ed è perfettamente normale. Se tu sei un atleta, di qualsiasi livello, puoi non aver bisogno dello psicologo ma da queste tematiche devi comunque passare. Non per tutti gli atleti e non in tutti i momenti della vita di un atleta è possibile passare serenamente attraverso tutto questo, per giunta da solo. Ma in quella forbice che si gioca la prestazione dell’atleta, tra la spinta ad attivare tutto se stesso e qualcosa che vi interferisce, passa la possibilità di immergerti nel gioco.

La leggenda del basket Bill Russell nel suo libro “Second Wind” racconta cosa sia questa immersione, chiamata in gergo tecnico flow: è quando senti il gioco scorrere attraverso di te. “E’ possibile raggiungere un determinato livello in cui, anziché vedere la partita come cinque buoni contro cinque cattivi, la percepisci come dieci persone che giocano allo stesso gioco. Per un allenatore è impossibile raggiungere questo stato, perché sei sempre fuori dalle linee laterali. Ma da giocatore, quella consapevolezza è il significato profondo del gioco. Se riesci ad arrivare in quello spazio, non importa ciò che dice il tabellone. Sei già un vincitore”.

Perché uno sportivo può voler lavorare sull’aspetto mentale?

C’è una risposta generale e tre categorie di motivazioni specifiche.

  1. L’atleta che ha avuto un infortunio, ha bisogno di ripartire anche mentalmente per ritrovare la condizione che non ritrova solo con l’allenamento fisico, si pensa che uno debba reagire sempre ma più si sale di livello e più la fatica è mentale. Perché ci sono tempi, centimetri e percentuali sempre più difficili da avvicinare. Nell’infortunio in un solo attimo perdi tutto il lavoro col corpo. Mentalmente può accadere lo stesso, oppure no… alcuni in questo momento chiedono il nostro aiuto.

Penso a Tamberi, che festeggia l’oro con il gesso con sopra scritto “Road to Tokyo”. Noi aiutiamo gli atleti a fissare nuovi obiettivi senza lasciarsi abbattere dagli eventi. Mettere obiettivi nel momento più duro, pur lontano dalla pista col corpo, restarci con la mente. Una visione unica ti fa allenare la testa mentre devi star fermo con le gambe. Chissà quante volte ha immaginato di saltare da fermo, seduto col gesso, esattamente come ha saltato davvero domenica.

  • L’atleta che crede fortemente che si possa allenare la testa come il corpo. La prestazione nasce dall’unità psicofisica, mente e corpo sono uniti e nella gara o partita bisogna unire tutte le espressioni, muscolari, tendinee, mentali verso uno scopo comune. In questo caso ci viene chiesto un ruolo da preparatore mentale, complementare al preparatore atletico, seguendo l’atleta anche per tutta la carriera.

Stavolta penso a Jacobs che dice dopo la vittoria: “Ho parlato con il mio corpo”. Un anno fa per questo motivo lui si è rivolto a una professionista per lavorare sulla propria psiche oltre che sul proprio corpo, perché sentiva di auto sabotarsi, inducendosi quello che in gergo è chiamato ipoattivazione. Poi ha iniziato a correre, sempre più forte, fino all’oro di ieri, togliendo via-via l’elastico della pressione che lo tratteneva e che spesso viene da lontano. Il mondo ti insegna a fare ma poi devi anche stare nel fare, 5 anni di allenamenti che ti giochi in 10 secondi. O 9.80, se sei il più veloce del mondo.

  • L’atleta che vive male momenti specifici della sua disciplina, dall’allenamento alla performance fino a momenti particolari di entrambe. Con questi atleti si cerca di gestire il delicatissimo equilibrio tra iperattivazione e ipoattivazione. Nessuna delle due, ma al centro tra esse, è possibile il cosiddetto stato di Flow, l’atleta che si immerge nel gioco, libero da tutto il resto. Alcuni atleti non ci riescono più o per niente e chiedono di aiutarli in tal senso.

Qui penso alle polemiche sulla scherma femminile, con l’atleta che accusa l’allenatore di aver lasciato giocare il tutto per tutto alla compagna sbagliata, qui cito il commento di Velasco che ha ricordato quanto sia prezioso avere rispetto della debolezza, prendersi cura della fragilità perché non si può vincere né vivere altrimenti. Nella sconfitta, oltre che nel trionfo, lo sport è la vita.

Lockdown, stadi chiusi, assenza di pubblico. Che effetti sugli atleti?

Nel calcio con gli stadi senza pubblico sembra sia stata favorita l’emersione dei giovani mentre alcuni capitani di mille battaglie ne hanno risentito negativamente e lo hanno anche dichiarato, nel basket ricordo si sia parlato di aumento dei punteggi medi. Così come sono da studiare gli effetti del lockdown sulla psiche delle persone, altrettanto bisognerà fare con gli effetti delle porte chiuse se come sembra dureranno purtroppo ancora un po’. Senz’altro si può dire che in alcuni ha aumentato la fiducia e la libertà di esprimersi, in altri ha tolto motivazioni e forse aumentato i pensieri disturbanti che emergo dal privato interferendo con il gioco.

Cosa è successo a Simone Biles?

Per Simone Biles bisognerebbe capire meglio cosa sono i suoi “twisties”, il disturbo viene descritto, tra gli sportivi, come un’improvvisa dissoluzione del senso dello spazio, una perdita di consapevolezza della propria presenza. Se si scatena durante un volteggio o un salto mortale l’atleta può rischiare la vita, può portare a quella paura inedita e totalizzante. “Letteralmente non puoi distinguere l’alto dal basso. È la sensazione più folle mai provata. Non hai più alcun controllo sul tuo corpo”. Parla di «disconnessione tra mente e corpo», una sensazione che la recente teoria polivagale riesce a spiegare ma qui si entra nel tecnico. Allora lei ha rinunciato a tutto, brava ad accorgersene e salvare la persona e non l’atleta, perché dopo 5 titoli mondiali ormai ti sei cucito un ruolo addosso che è difficile lasciare. Forse è andata in uno stato di iperattivazione che ha reso impossibile il flow e ha aperto lo spazio al limite che lei, campionessa inarrestabile, non aveva forse mai affrontato. E il limite fa paura e paralizza, a livello evoluzionistica le reazioni alla paura sono tre: attacco, fuga e freezing. E il suo corpo ha scelto quest’ultima, il corpo accusa il colpo che la mente tenta invano di ignorare e lei ha chiarito come le fosse già accaduto “durante un volteggio o gli esercizi a terra. Questa volta invece ha riguardato tutti i singoli passaggi”.

Un tuo commento sulla vittoria agli europei degli azzurri?

Un’altra delle foto sportive dell’anno, Chiellini che prende in giro Jordi Alba prima dell’assegnazione della lotteria dei rigori. Come vincere le partite con la psicologia. Dopo Materazzi e la sorella di Zidane, dopo il cucchiaio ammazzamorale di Pirlo, ecco Chiellini che trasforma il trash talking statunitense in una burla per niente innocente, pura intimidazione passiva. Nell’inquadratura allargata si vedono le due squadre osservare la scena e i nostri ridere, gli spagnoli no. Scaricare la tensione del momento dei suoi compagni per metterla tutta sugli avversari, con un solo gesto. Non si vede nel documentario Sogno Azzurro, in cui si vedono tante altre cose. Lo consiglio a tutti. Racconta anche a chi non ha avuto la fortuna di fare uno sport di squadra, la magia di essere gruppo che passa anche da questi dettagli. In questo caso, mi ha impressionato la serenità trasmessa da Mancini ai giocatori, che mi ricorda molto l’approccio di Meo Sacchetti dell’Italbasket basato sulla fiducia, sulla possibilità di sbagliare data al proprio giocatore purché esprima se stesso. In particolare con un gruppo giovane da gestire, può davvero essere la chiave del successo.

Sei un grande appassionato di basket. C’è qualcosa in particolare che hai imparato da questo sport, che oggi ti permette di aiutare altri sportivi?

Qui sono andato a riprendermi un passaggio dal libro di Phil Jackson, allenatore-guru dei Bulls di Jordan e i Lakers di Shaq e Kobe. “Il basket è un gioco di azione istante-dopo-istante ed è qui che entra in gioco lo zen. La pratica di qualsiasi tipo di meditazione zen o buddista consiste nel tentativo di ricondurre te stesso all’istante presente. Un respiro porta al respiro successivo. Quando si medita arrivano pensieri di qualsiasi tipo. Devi andare dal dentista quel pomeriggio. Oggi scade l’affitto. Che cosa voleva dire la tua partner quando ha detto…? Ma tu devi rimanere concentrato sul respiro, perché il respiro è l’unica cosa reale e presente in quel momento, mentre i pensieri sono solo lampi di energia biochimica dentro al tuo cervello, privi di una realtà immanente. Nel basket si tratta di giocare un’azione, poi quella successiva. Se ti metti a pensare a quanto tempo è passato da quanto ti sei preso un tiro o che movimento vuoi fare la prossima volta che prendi la palla, o che pessimo fischio fosse l’ultimo fallo che ti hanno attribuito, la tua mente inizia a interferire con la partita. I giocatori imparano ad amare il gioco quando entrano nell’istante, il qui e ora, e si perdono in esso. Tutto a un tratto stanno semplicemente respirando e giocando a basket e tutto viene naturale ed è esattamente così che dovrebbe essere. Non c’è conflitto con i compagni e la porta è spalancata davanti a loro.”

CHICAGO, IL – JUNE 16: From left, Chicago Bulls players Toni Kukoc, Ron Harper, Dennis Rodman, Scottie Pippen, and Michael Jordan sit with Chicago Mayor Richard Daley, Bulls head coach Phil Jackson and Illinois Governor Jim Edgar at the team’s NBA championship rally in Chicago, IL 16 June. In the NBA Finals, the Bulls defeated the Utah Jazz four-games-to-two to win their third straight title and their sixth in eight years. (Photo credit should read PETER PAWINSKI/AFP via Getty Images)

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