Cartoline dalla Martinica

Dal finestrino dell’aereo il vento dipinge nuvole sulla tavolozza dell’Oceano, l’Atlantico è diventato il quarto pannello del Trittico del Giardino delle Delizie di Hieronymus Bosch. È la prima volta che solco questo mare, un amico che durante la pandemia ha fatto il giro del mondo in barca a vela mi ha detto che ogni oceano è un’emozione diversa. Guardo l’Atlantico tra le nuvole, è come scoprirsi addosso un nuovo organo per sentire il battito del mondo. Penso al coraggio del mio bisnonno su una di quelle grandi navi per i migranti italiani del Novecento verso il Nuovo Mondo, poi al furore che deve aver provato Colombo, all’avventura del mio amico… A noi moderni viaggiatori digitali in cambio di queste comodità restano pochi spiccioli, questi appuntamenti con la fantasia. Presto un altro con la Martinica, da qualche parte laggiù.

Uno dei tanti angoli in cui l’Atlantico spunta tra la giungla martinica di Cap Macré. Per gli indiani d’America l’oceano è un cielo fatto di acqua, una distesa immensa che conduce alla fine del mondo. Anche per gli esploratori dell’epoca di Cristoforo Colombo era lo stesso, ma Colombo era mosso da sacro furore colto nelle Scritture e decise comunque di partire verso un orizzonte che significava mai più ritornare per tutti i suoi pari. Todorov parla della scoperta del Nuovo Mondo come la scoperta dell’Altro in questo libro monumentale che si chiama “La conquista dell’America” che sto divorando in questi giorni di viaggio. Racconta il più grande incontro della storia dell’uomo e a un certo punto tira fuori quest’ipotesi affascinante, rilevata dai diari dell’epoca di conquistatori e conquistati: gli indiani caddero non a causa della disparità tecnologica, ma perché gli dei smettono di parlar loro appena gli esploratori occidentali toccano terra. Colombo, Cortez e gli altri sono uomini medievali e non moderni ma già dotati di quella struttura dell’esperienza chiamata coscienza, che al di là dell’Oceano è ancora allo stato nascente. Gli indiani, come i primi uomini della terra, ancora parlano poesia e gli alberi, le ombre e gli astri rispondono. Non hanno scrittura ma pittogrammi, fanno riferimento all’esperienza e non alla lingua, la parola è rituale e serve a comunicare con gli dei e non tra gli uomini. Ma come arrivano questi stranieri dotati di lingua, scrittura e pensiero, soccombono incredibilmente, in modo quasi volontario. C’è un aneddoto che spiega bene questi fatti: Colombo drammaticamente arenato per mesi coi suoi uomini in Giamaica, gli indiani non vogliono più portar loro viveri e allora lui, che ormai aveva capito con chi avesse a che fare, inscena il sequestro punitivo della loro luna conoscendo la data di arrivo di un’eclissi. Colombo conosce la differenza tra le cose e i segni, per gli indiani esistono solo le cose, che incorporano il loro simbolo, non ancora disgiunto come accade in chi ha sviluppato una coscienza. Così gli aztechi crescevano quelle che oggi chiameremmo spie fin da piccoli, uomini velocissimi e capaci di lunghi digiuni inviati a scandagliare i confini delle loro terre. Così da questi angoli tra giungla e Atlantico mi sforzo di immaginare come si sia sentito quello che vide per primo Colombo, Cortez e gli altri, pensando che fossero arrivati gli emissari degli dei se non gli dei stessi, Quetzocal finalmente tornato a casa come nelle profezie, e poi si mise a correre col cuore in gola nella selva impenetrabile, per avvisare Montezuma e gli altri regnanti che la loro epoca stava per mutare per sempre. Che erano arrivati gli Altri.

Amo i tramonti nei villaggi sul mare. Li amo tutti, indistintamente. Ma alcuni sono più belli di altri. Questo è il tramonto sul villaggio di Anse d’Arlet. Questo è il posto e il momento della Martinica in cui vorrei tornare, adesso che scrivo di nuovo dalla mia casa sulla montagna pistoiese. Questa piccola isola selvatica e colorata nelle Piccole Antille, bagnata dal Mar dei Caraibi, sortisce questo strano effetto: mentre ci sei ti sembra di non esserci ancora, soltanto quando te ne vai capisci di esserci stato davvero.

L’ultimo giorno, prima di andare in aereoporto, siamo tornati nella nostra spiaggia preferita. Si chiama Anse Figueir ed è uno di quei posti che solo ai Caraibi. Per il mare smeraldo, le palme eccetera. Ma a me è rimasto nel cuore anche per la gente che la frequenta, perché qui vengono i turisti meno invadenti a mischiarsi con le famiglie di locali. Si crea un’atmosfera speciale, che ho preferito alle tante spiagge perfette e semideserte che si possano trovare. E se ne trovano tante, sarà per questo che Anse Figueir è speciale.

Un passo indietro. L’idea di andare in Martinica mi è venuta da un disco di Chassol (hey, quanto segue è un montaggio di vari articoli a lui dedicati) acclamato pianista e compositore francese collaboratore di icone quali Laurie Anderson, Phoenix, Terry Riley e molti altri, è l’inventore dell’ultrascore, suggestiva tecnica di campionamento che unisce composizione musicale e visiva, mixando diversi generi (jazz, rap, nu wave, world music, elettronica) in simbiosi con immagini documentar(t)istiche che danzano al ritmo della colonna sonora, realizzata a partire dal campionamento dei suoni ambientali. Traendo ispirazione dalla proprie radici e dall’ambiente circostante, realizza un’opera visionaria, ipnotica, una “west indian space odissey” sospesa fra musica e documentario, che trasforma la realtà in un unico incessante flusso melodico e ritmico. Chassol per il suo ultrascore fa così: prende un pezzo di mondo, lo osserva – con le orecchie, da buon musicista –, lo registra, lo reitera. Poi lo riformula e ne parla utilizzando la musica, liberando la musicalità intrinseca di ogni frammento, ampliandola. Sembra una cosa più freak che effettivamente interessante, ma vi posso assicurare che non è così e all’ascolto si resta sorpresi. Per Big Sun Chassol isola parti di suoni, rumori, voci, dell’isola di Martinica nelle Antille; poi ci suona sopra il pianoforte, senza coprire bensì accompagnando, per «harmoniser le réel». È volato alle Antille e insieme alla filmmaker Marie France Barrier e al tecnico del suono Johann Levasseur ha filmato il carnevale, parlato con la gente, messo un microfono tra gli alberi e ascoltato flora e fauna; queste registrazioni sul campo sono state la base delle composizioni. Una sorta di evoluzione della musique concréteper rendere verticale (quindi armonico) ciò che è orizzontale (melodico) e, insieme, una riflessione postmoderna sulla Martinica. Nel momento in cui la stai per aprire una voce femminile che non si capisce da dove venga, come di una hostess all’interno di una capsula spaziale, dice qualcosa che fatichi a capire, parla di una bomba atomica, poi un attimo di silenzio e, subito dopo, l’abbaiare di un cane, il cinguettio di alcuni uccelli, e, dallo stesso posto da cui proveniva la voce femminile, due note lontane e poi una sequenza di toni analogici che sembra quella di incontri ravvicinati del terzo tipo, che fa il verso al canto di uno di quegli uccelli. Un dolcissimo valzer morriconiano al pianoforte, o meglio ancora, dal sapore dei Beach Boys post crisi depressiva di Brian, segue in quella che scopri essere una registrazione lasciata da qualcuno che su quel posto ci è stato prima di te, naufrago chissà da dove. Dove io, grazie a questo disco, ho avuto voglia di andare. Guardatelo, ascoltatelo e la Martinica si insinuerà nei vostri programmi di viaggio futuri.

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