L’ombra nera della cancel culture

Un mio articolo per il giornale Kulturjam

13 Luglio 2020. L’accusa di un mancato esame di realtà è grave, in un dibattito: arriva quando uno dei due interlocutori decide di interrompere il dialogo, ponendosi in una condizione di superiorità nel tentativo di togliere dignità all’opinione dell’altro, di zittirlo. Il mancato esame di realtà è anche uno dei sintomi richiesti per la diagnosi dei disturbi psicotici. Quell’ampio spettro di sindromi un tempo riunite sotto il nome di follia. Ma se una volta, come ricorda Foucault, le opinioni dei pazzi erano talvolta sorprendentemente ascoltate persino a corte dei regnanti, oggi l’attribuzione di un tratto tipico della follia a un interlocutore è un segno eminente della volontà di zittirlo.

Hegel scriveva che la follia è il sintomo dell’anima alla ricerca della sua guarigione; ne deriverebbe che la malattia è propria di quell’anima che smette di interrogarsi. Che si crede in salvo, sana, migliore dell’altro. Che la follia patogena, non quella di Hegel, è quella indicata dall’etimologia latina follis, a indicare un sacco pieno d’aria. Un contenitore senza contenuti. Come la cultura, svuotata dal contraddittorio e dall’impudico, che ci vorrebbero propinare quelli della cancel culture, ripudiando la scandalosa follia degli artisti e persino la più fioca dissonanza ideologica.

La cancel culture è l’apoteosi della normopatia, l’ossessione di essere come gli altri,  coniata da Fromm parlando di etica autoritaria contro etica umanistica: l’appiattimento che rimuove il conflitto. Il conflitto è il segno che siamo in presenza del diverso, dell’Altro. Ed è nutriente per la mente, è la base dell’apprendimento, dell’empatia, della sintesi tra posizioni diverse che forma una cultura. Una pluralità di voci dissonanti attraverso cui il singolo può esplorare la propria accordatura, in un processo che dura tutta la vita. Ma in un’epoca caotica che richiede di per sé una quantità elevata di investimento energetico, se l’individuo non dispone delle energie necessarie la mente applica principi d’economia nei processi giudicati come non primari, per non soccombere.

La cancel culture orienta l’essere nel mondo attraverso il disinvestimento verso la complessità, conservando i propri schemi di pensiero e cercando di eliminare quelli alternativi. Dalla pluralità di voci da esplorare, si passa al megafono a cui aderire acriticamente pena l’esclusione dal gruppo dei pari. In altre parole, la cancel culture lungi dall’essere un fenomeno d’attivismo ancorato alle proteste seguite alla barbara uccisione di George Floyd, manifesta non la voglia di abbattere un sistema causa d’ingiustizia diffusa, ma la paura di essere tagliati fuori dal sistema che ne prenderà il posto, dando per scontato che così sarà.

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