Su Muccioli, SanPa e la banalità del male

Un mio articolo per il giornale Kulturjam

Continua a far discutere SanPa, la docuserie che ha riportato alla ribalta la controversa figura di Vincenzo Muccioli e dei suoi metodi utilizzati all’interno della comunità di recupero di San Patrignano.
Netfix insegue i gusti del pubblico e il male affascina più del bene, da sempre. Ma non nasce prima, almeno nella Bibbia e anche nei trattamenti per le tossicodipendenze, e questa è l’unica pecca del bellissimo documentario SanPa. Aver taciuto delle esperienze alternative dell’epoca, alimentando il mito di Muccioli come primo ed unico salvatore solitario. La comunità di San Patrignano nasce tre anni dopo quella di San Benedetto, fondata da Don Gallo. A strettissimo giro tanti altri scelsero di dedicare la propria vita ad aiutare i tossicodipendenti: preti di strada, psicologi, agitatori culturali, gente comune che spesso si scontrarono con gli italiani brava gente che ispirandosi al Medioevo avrebbero caricato i tossici su una nave spedita al largo.

1978, nascono i primi centri di recupero seppur demandati alla volontà di singole personalità, tra le quali Don Enzo Capitani, fondatore della prima comunità aperta di recupero. L’idea è quella dello spazio a misura d’uomo mutuata da Franco Basaglia, che contesta l’esclusione dei drogati, la segregazione della malattia, la sua separazione dal tessuto sociale. Tenere i tossici al centro della città, rendendo le loro famiglie parte del percorso di cura e di recupero. Ma la città (Grosseto) non è d’accordo. Netta deve essere la distinzione fra normalità e devianza.
“Piccola Città – Per una storia culturale dell’eroina”, Vanessa Roghi

A differenza di Sanpa, nelle altre comunità i figli degli ultimi avevano la stessa probabilità del figlio del ricco e famoso di turno di essere aiutati, motivo per cui attraverso i miliardi e il megafono dei vip sembrava esistesse solo Vincenzo Muccioli e la sua ship of fools attraccata sulle colline di Rimini. Una figura su tutti meriterebbe una docuserie altrettanto bella, per la sua vicenda da film iniziata da un sogno e finita in tragedia: Mauro Rostagno, intellettuale d’azione e fondatore di Saman, ucciso dalla mafia e scomodo allo stato.
Nel 1978 Muccioli incatenava i tossicodipendenti, Basaglia slegava gli internati e Rostagno iniziava a creare non un posto in una società sbagliata, ma una società in cui valga la pena trovare un posto, attraverso un approccio eclettico e sistemico al sintomo dipendenza che focalizzava non solo sull’ ospite ma anche sulla sua famiglia l’oggetto dell’intervento. In pratica, è il modello delle comunità che verranno. A distanza di più di 30 anni, i nomi dei suoi sicari sono ancora ignoti. Venne sostituito da Francesco Cardella, craxiano come Muccioli, trasformando Saman in un centro di potere e venendo infine arrestato nel 1995.

Il clima italiano era questo, per chi non c’era e non se ne è interessato prima di Sanpa: lo stato che promulgava una legge per autorizzare fermi di 72 ore attraverso denunce anonime, dal 1980 al 1982 l’Italia era il paese al mondo con più detenuti politici dopo l’Urss. Una generazione intera sparì nelle carceri speciali e in comunità in cui venivano puniti, più che curati. Le piazze che stavano travolgendo lo stato, vennero travolte dallo stato e dall’eroina, mentre alcune delle comunità realmente terapeutiche vennero ignorate o espugnate. Il modello doveva restare Sanpa.
Perché Muccioli aiutò senz’altro tanti poveri ragazzi, ma aiutò anche lo stato facendo sparire per anni migliaia di giovani problematici per l’ordine pubblico risparmiandogli soldi pubblici e la faccia cattiva, detenendo in regime alternativo al carcere anche tanti ex militanti della lotta armata. Lì i drogati si sdrogavano attraverso un metodo basato anche sugli abusi fisici e psicologici, sulla privazione della dignità della persona e sulla tortura.
Eppure, come convitato di pietra, resta l’esperienza di chi ha avuto la droga in casa tutti i giorni, quelle madri disperate che avrebbero e hanno preferito la dipendenza dei loro figli tossici da un Muccioli piuttosto che a quella dalla droga. A loro va assoluta la comprensione.

La dipendenza é terribile, ma non è un mostro a sei teste. Non servono messia e miracoli, con motivazione e valori sostitutivi se ne esce. E Muccioli si sostituiva alla dipendenza, il suo metodo è riassumibile in questa frase. Come una sostanza, dilagava dentro le persone e non le lasciava più. Una comunità terapeutica dovrebbe essere l’opposto di quello che Sanpa fu. Il solo disintossicare serve a poco, serve lavorare su se stessi ed è la parte più dolorosa, serve creare nuovi ricordi, ma deve volerlo realmente la vittima della droga.
Una comunità deve farti dimenticare di essere un tossicodipendente e aiutarti a sviluppare le tue capacità: cosa centrano le catene con questo?
Ed è questo il maggiore ritardo di Muccioli. La tortura venne abolitata nel 1786 in Toscana. Ed è desolante che nel 2020 ci sia qualcuno che pensa che Muccioli, 200 anni dopo Cesare Beccaria, fosse un pioniere di civiltà. Guardate Sanpa perché merita davvero, ma ricordatevi che intorno a San Patrignano c’era un mondo che operò per la luce. E vinse sulle ombre. Ma Muccioli era talmente bravo a rimuovere la realtà fuori dalla sbarra d’ingresso, che continua a riuscirci persino da morto.

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